L’inutile ping-pong degli esclusi dal mondo del lavoro


Di Giovanni Pellegri



La scorsa primavera Caritas Ticino aveva inviato una lettera/proposta al Consiglio di Stato per valutare la creazione di nuovi Programmi di inserimento sociale/lavorativo per persone durevolmente escluse dal mercato del lavoro. Il nostro suggerimento era di creare degli ambiti di lavoro stabili per chi ha più difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, programmi particolari, produttivi, ma non vincolati da una durata fissa. Attualmente le normative prevedono Programmi occupazionali (PO) per le persone a carico della Legge federale contro la disoccupazione (LADI) e Programmi di inserimento professionale (PIP) per chi beneficia di prestazioni assistenziali. La prima proposta permette un inserimento lavorativo per sei mesi al massimo, la seconda, realizzata all’interno della Legge cantonale assistenza (LAS), permette un inserimento socioprofessionale per un periodo massimo di un anno. L’obiettivo dichiarato per entrambe le misure è il ricollocamento della persona nel mercato primario del lavoro. In altre parole le misure dovrebbe servire da rampa di lancio per rimettersi in orbita nell’universo lavoro.

 

Questo percorso offre un sostegno a chi ha effettivamente delle possibilità di reinserirsi nel mercato del lavoro, ma si rivela inadeguato per chi ha più difficoltà, con inutili navette tra le normative LADI e LAS e senza nessuna soluzione concreta. Vediamo alcuni dati.

 

 

Il Programma occupazionale (LADI)

 

Il PO di Caritas Ticino permette mediamente di ricollocare nel mercato del lavoro oltre la metà delle persone che aderiscono alla misura. È un buon successo anche perché le persone che accogliamo sono mediamente senza formazione. Sarebbe però sbagliato misurare il successo di questa misura in termini di percentuali di ricollocamento. Sappiamo che per molte persone l’offerta di un lavoro permette innanzitutto di ritrovare un luogo di socialità, un’alternativa all’inoperosità, una valorizzazione delle capacità lavorative. Se consideriamo i costi globali della disoccupazione – per esempio considerando le conseguenze della disoccupazione sullo stato di salute e i costi derivati dalle cure mediche – sappiamo che è più interessante offrire dei programmi occupazionali che lasciare tutti a casa. Una società sana inventa soluzioni per chi non ne ha, i PO sono piccoli luoghi di socialità che contribuiscono alla coesione sociale. Il primo successo che misuriamo non è quindi il ricollocamento nel mondo del lavoro ma il ricollocamento socioprofessionale all’interno delle attività del PO, con il recupero di uno stile lavorativo normale e la produzione di servizi utili alla collettività (riciclaggio). Spesso e purtroppo con la fascia di persone con cui lavoriamo, il ricollocamento nel mondo del lavoro diviene un obiettivo lontano, quasi impossibile. Terminati i sei mesi di inserimento si ritorna a casa e finito anche il periodo di disoccupazione, in mancanza di mezzi finanziari propri, si bussa alla porta dell’assistenza.

 

 

Il programma di inserimento (LAS)

 

A questo momento l’Ufficio cantonale del sostegno sociale e dell’inserimento propone una misura intelligente: un lavoro, non l’assistenza passiva.

In altri termini non si sta relegati a casa con i soldi delle Stato, ma si va a lavorare per un anno all’interno di un Programma di inserimento professionale. Lo scopertine/copo dichiarato, anche in questo caso, è il ricollocamento nel mondo del lavoro. I dati del PIP di Caritas Ticino parlano però chiaro: 85% delle persone uscite dai Programmi di inserimento professionali non trovano un lavoro. La maggior parte finisce il percorso di un anno e vengono rispedite alla legge federale contro la disoccupazione. Arrivati dalla LADI, passato un anno nella LAS, ritornano nuovamente alla LADI, cambiano ancora una volta cappello avendo però addosso sempre lo stesso vestito. E il ping-pong tra LAS e LADI potrebbe continuare all’infinito - quasi uno stile di vita - avendo come unica variante qualche valutazione con l’AI o l’orizzonte dell’AVS.

 

 

Gli uomini per le regole o le regole per gli uomini?

 

L’applicazione automatica delle regole imposte dalle normative LAS e LADI non permette di ricostruire dei percorsi integrativi globali, ma frammentano i bisogni della persona creando situazioni di disagio sempre più complesse e cronicizzate. Per le persone che non hanno prospettive lavorative (le persone in situazioni problematiche, i lavoratori più anziani, i tossicodipendenti) il paradosso si fa più marcato. Hanno trovato nel PIP un luogo di valorizzazione, stanno compiendo un percorso di reinserimento sociolavorativo interessante, riescono a rendersi utili, ma finito il 365esimo giorno devono essere rinchiusi dentro un’inoperosità pagata. Un anno di lavoro dà infatti diritto all’apertura di un nuovo termine quadro, e l’assistenza rispedisce al mittente il disoccupato. Già oggi noi accogliamo delle persone che hanno svolto un primo PO, seguito da un anno di PIP, hanno poi rifatto due anni di disoccupazione con un secondo PO. Stiamo ora aspettando i “pippisti” di seconda generazione che accoglieremo tra pochi mesi per il secondo PIP. La soluzione? Un maggior dialogo interistituzionale tra i due Dipartimenti (Dipartimento delle finanze e dell’economia e Dipartimento delle opere sociali).

 

 

Maggior dialogo tra LAS e LADI

 

La soluzione a questo standard operativo scaturito dalla applicazione automatica di due normative esiste e non è di difficile attuazione, ma è necessario cominciare a considerare la persona e i suoi bisogni globalmente, senza frammentazioni dettate da diritti assicurativi dentro compartimenti stagni. Partendo dall’evidenza che l’esclusione professionale e sociale cronica non trova adeguate soluzioni all’interno delle attuali normative e sperimentando da anni che l’integrazione e il lavoro sono delle offerte intelligenti e soddisfacenti per le persone escluse, bisogna assolutamente valorizzare qualsiasi iniziativa che tenti di promuovere un concetto di dialogo interistituzionale più ampio e che permetta di offrire un percorso definito innanzitutto dai bisogni della persona e non solo dalla presa a carico finanziaria di una specifica normativa (LAS, LADI, AI). 

Caritas Ticino ribadisce che gli attuali programmi in assistenza con la loro durata massima di un anno sono validi strumenti per chi ha ancora qualche possibilità di ricollocamento ma sono inadeguati per “i non ricollocabili” che rischiano solo di trascinare il loro precario statuto di disoccupati tra misure federali e quelle cantonali senza trovare un ambito, un luogo, un ruolo. La nostra proposta di creare ambienti di lavoro più stabili non ha trovato consenso presso le autorità cantonali. Ora sulla base di nuove circolari federali, che chiedono un maggior dialogo tra i vari attori che ruotano attorno alle persone disoccupate (orientamento professionale, AI, LAS e LADI), chiediamo che questa situazione trovi una soluzione almeno per quelle persone che per età devono essere accompagnate in modo dignitoso verso l’AVS.

 

 

Una proposta per l’accompagnamento all’AVS

 

La nostra proposta è quella di sperimentare nuove vie partendo dai più anziani. È richiesto in altri termini, un mutamento di approccio che contempli il dialogo costante con i servizi e le risorse sul territorio per offrire validi strumenti di reinserimento sociale così da combattere l’esclusione derivante da una semplicistica applicazione di normative, che per alcune persone, creano situazioni poco dignitose.

In sintesi la nostra proposta, inviata ai due Dipartimenti interessati (DOS e Finanze) è di offrire un luogo di lavoro stabile e una valorizzazione delle capacità per quei disoccupati di età vicina ai 60 anni e che escono da due anni di LADI e un anno di PIP. Offrire, cioè, un pieno diritto di cittadinanza a quelle persone che desiderano essere ancora attive e non capiscono perché devono restare inoperose e pagate dalla LADI. Poco importa se la persona riceve i soldi sotto forma d’indennità LADI o di prestazioni LAS, l’importante è che possa mantenere il suo statuto di lavoratore dentro delle aziende produttive come quelle di Caritas Ticino. Il denaro sarebbe speso ugualmente, tanto vale spenderlo in modo intelligente, senza far subire ulteriori umiliazioni e complicati slalom tra i limiti di due normative a persone che per 40 anni hanno offerto il loro lavoro alla società.